29.04.2018. By Élite China Academy

L'interprete di simultanea al lavoro

A good interpreter makes this task seem easy.
(Van Dam, 1989:168)


L’insieme dei processi complessi alla base dell’IS sopra descritti fa sì che essa sia possibile soltanto se si verificano determinate condizioni: oltre a un’ottima conoscenza e padronanza della lingua d’arrivo e di partenza l’interprete deve avere a disposizione delle informazioni sia di tipo contestuale legate all’evento a cui egli dovrà partecipare, che ampie conoscenze enciclopediche di base che gli permettano di colmare eventuali vuoti dell’input linguistico che riceve.

Inoltre dovrebbe essere sempre in condizione di poter cogliere tutti gli indizi audiovisivi che possano aiutarlo a far luce su ciò che l’oratore vuole dire e sulle aspettative del pubblico; infine un interprete di simultanea dovrebbe avere una formazione ed un allenamento che gli permettano di combinare le conoscenze linguistiche, quelle contestuali e generali e di suddividere la sua attenzione tra le varie attività sincrone che deve compiere nel modo più efficace possibile (Setton, 2005).

Analizzando più da vicino le condizioni preliminari individuate da Setton emerge quanto sia importante la formazione di un interprete di conferenza, sia per uanto concerne le competenze linguistiche che per la cultura generale che dovrebbe permettergli di sapere sempre qualcosa di ogni cosa, ma ancor più si evidenzia una caratteristica fondamentale del lavoro di un interprete: egli è partecipante attivo di un evento comunicativo, perciò dovrebbe cercare di non estraniarsi da esso. Questo potrebbe sembrare difficile, vista la sua posizione in una cabina insonorizzata, tuttavia essa dovrebbe permettere all’interprete di avere accesso visivo alla sala, al tavolo dei relatori ed eventualmente allo schermo sul quale potrebbero essere proiettate presentazioni di diapositive.

È molto importante che l’interprete, mettendo in atto una sorta di sistema di crisis prevention management prenda confidenza in anticipo con gli impianti in cui si troverà a lavorare in modo da poter ridurre al minimo le possibilità che si verifichino incidenti di tipo tecnico: piccole accortezze possono evitare situazioni difficili da gestire a lavoro avviato, come, ad esempio, controllare che il tasto mute che permette di silenziare il microfono senza che gli uditori se ne accorgano (mentre spegnere il microfono del tutto crea un segnale acustico ben distinguibile) sia funzionante, o accertarsi che si sia sintonizzati sul giusto canale per ricevere l’input dell’oratore e non quello di un’altra cabina. Altro punto su cui Setton pone un’enfasi particolare è la divisione dell’attenzione da parte dell’interprete: 50% delle risorse e delle energie verranno dedicate all’ascolto, la restante metà alla produzione; per quanto riguarda quest’ultima egli dovrà controllare la resa sia in termini di contenuto, correttezza e fedeltà all’originale, che di forma producendo frasi grammaticalmente corrette e di senso compiuto nella lingua d’arrivo; per potervi riuscire, potrà ricorrere a diverse strategie messe in atto in modo più o meno cosciente.

Se si prova a immaginare di seguire un interprete in un suo turno di lavoro, lo si vedrà, non appena saputo l’argomento della conferenza a cui dovrà partecipare, provare prima di tutto a richiedere del materiale per prepararsi sia dal punto di vista terminologico che di conoscenze di base sugli argomenti da trattare. Qualora non ve ne fosse di disponibile o gli organizzatori non fossero sufficientemente sensibili alle esigenze degli interpreti, egli dovrà procurarsi della documentazione autonomamente. Giunto il giorno della conferenza l’interprete controllerà chi sia il suo partner in quanto gli interpreti di simultanea lavorano in team costituiti da almeno due persone, per poi entrare in cabina, il suo piccolo universo per la giornata.

Sarà interessante, poi, osservarlo indossare le cuffie e vederlo, nella maggior parte dei casi, coprire del tutto un solo orecchio e lasciare l’altro scoperto totalmente o in parte per aver modo di controllare il proprio output; molti studi degli ultimi vent’anni in neurolinguistica si sono interessati alla lateralizzazione celebrale delle funzioni linguistiche degli interpreti e i risultati emersi sono piuttosto concordanti nel mostrare che per una persona destra sia più naturale e funzionale coprire l’orecchio sinistro lasciando libero il destro per l’automonitoraggio e viceversa per i mancini (Lambert, 1990) (Fabbro & Gran, 1990- 1991). Di solito i turni di lavoro di un interprete in simultanea durano intorno alla mezz’ora ed è buona abitudine, soprattutto se non si è molto esperti sul tema della giornata, seguire lo svolgimento della conferenza anche durante i turni dei colleghi, nonché, nel caso dell’utilizzo da parte degli oratori di slides avere a disposizione un computer con il file contenente il materiale in questione in modo da poter seguire più agevolmente l’andamento del discorso e di poter adattare la sequenza delle diapositive ai tempi dell’IS.

Quando il turno dell’interprete inizia sono molteplici i parametri a cui egli dovrà prestare massima attenzione: l’accento, il modo di parlare dell’oratore, la sua velocità d’eloquio, ma anche la complessità, la tecnicità e la densità semantica del testo di partenza.

Il vincolo maggiore rimane, a parere di chi scrive, il pochissimo tempo a disposizione per veicolare le informazioni fornite dall’oratore. Palazzi (1999:38) sostiene che “il fattore tempo non deve però mai essere sentito come un condizionamento”; tuttavia appare impossibile escluderlo da qualsiasi analisi di una forma d’interpretazione che è caratterizzata proprio dal suo avvenire in un momento quasi simultaneo a quello della produzione del testo. Vi è, ad ogni modo, accordo con Palazzi quando ella sostiene che il tempo limitato non può essere una giustificazione esauriente per il compimento di scelte drastiche riguardo l’omissione di parti significative di contenuto durante il processo interpretativo.

Proprio perché il tempo viene percepito come un vincolo imprescindibile, l’interprete può scegliere vari approcci, in modo più o meno conscio, riguardo alla distanza da tenere rispetto all’oratore: la scelta più saggia e probabilmente quella più spontanea che egli possa effettuare è quella che Lederer (1989:154) definisce “movimento del pendolo” (mouvement du pendule), ossia un avvicinarsi e allontanarsi dall’oratore variando il décalage a seconda della tipologia d’informazioni che vengono ricevute in un dato momento cercando, ad esempio, di ridurlo quando incontra dei numeri[1] o quando comprende che l’oratore sta traendo le conclusioni e andando verso la chiusura del discorso, in modo da poter terminare l’interpretazione con il minor ritardo possibile.

Altra conseguenza dell’interpretare in tempi brevissimi e del portare avanti numerosi processi cognitivi contemporaneamente è rappresentata dal fatto che l’interprete può perdere di vista il suo ruolo nel processo comunicativo della conferenza: egli non è soltanto il ricevente del messaggio, ma un oratore a sua volta, perciò le scelte terminologiche e lessicali che egli compie, sebbene siano in larga parte determinate dall’input che riceve dall’oratore, sono anche influenzate dal suo modo di parlare, di esprimersi.

Nella sua funzione di oratore l’interprete deve prestare attenzione allo “slittamento fonetico[2]” poiché sebbene esso sia ammissibile in alcuni casi, in altri può risultare in una semplice contaminazione della lingua di partenza su quella di arrivo e in altri ancora può far cadere l’interprete in una trappola poiché, anche tra lingue molto simili tra loro (ad esempio italiano e francese), vicinanza fonetica non sempre implica vicinanza di significato (Lederer, 1973).

Da quanto detto sinora è possibile riassumere alcuni punti salienti del lavoro di un interprete di conferenza che corrispondono alle “regole d’oro” dell’IS individuate da Jones (1998):

  • tenere sempre presente che esso è una forma di comunicazione;
  • usare al meglio le apparecchiature a disposizione;
  • assicurarsi di riuscire ad ascoltare nitidamente se stessi e l’oratore;
  • non provare mai ad interpretare qualcosa che non è stato compreso perfettamente o che non si è certi di aver sentito bene;
  • massimizzare la concentrazione;
  • non distrarsi concentrandosi su singole parole problematiche;
  • separare l’attenzione;
  • utilizzare, quando possibile, frasi brevi e semplici;
  • essere grammaticalmente corretti nella lingua d’arrivo;
  • comporre frasi finite e di senso compiuto.

 

 

 

[1] Cfr. par. 1.3.2 p. 14.

[2] Glissement phonétique, ovvero il trasferimento di una parola da una lingua all’altra semplicemente cambiandone la pronuncia; questo fenomeno, a cui bisogna prestare particolare attenzione tra lingue della stessa famiglia, perde consistenza e valore quando si interpreta tra lingue molto dissimili, com’è il caso del cinese.

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