12.07.2018. By Ilaria Tipa'

Criticità dell’Interpretazione Simultanea II

Dopo le difficoltà dovute all’oratore, passiamo ora a vedere quali siano le difficoltà legate al testo da interpretare.

Difficoltà dovute al testo da interpretare.
Testi scritti

È frequente che gli oratori preparino il testo del loro intervento in precedenza e che questo venga redatto da qualcun altro per loro.

In questi casi il modo migliore per evitare problemi agli interpreti, premesso che nel caso di discorsi pronunciati leggendo un testo scritto anche la velocità d’eloquio aumenta sensibilmente, è quello di far avere loro delle copie del testo con un anticipo che permetta almeno una lettura preliminare. Se questo non avviene o se tale compito viene lasciato agli organizzatori che non lo portano a termine come dovrebbero, la vita dell’interprete sarà più che mai difficile.

Nel leggere il suo testo l’oratore dovrebbe cercare di controllare la sua velocità e renderla il più vicina possibile a una di eloquio normale; dovrebbe scandire le parole in modo chiaro e soprattutto rispettare la punteggiatura in modo da non dimenticare del tutto l’importanza della prosodia in un discorso pubblico. Tutto questo potrebbe semplificare leggermente le cose all’interprete nella gestione di un testo molto più denso, più complesso ed elaborato del solito. Un testo scritto per essere letto diventa una sorta di strumento di comunicazione “misto” (mixed media) in cui le caratteristiche tipiche del linguaggio scritto e quelle del parlato entrano in conflitto invece di completarsi a vicenda complicando non poco le cose per gli ascoltatori e ancor più per gli interpreti (Setton, 2004).

Nel caso in cui il testo venga fornito all’interprete in anticipo questo può non essere sufficiente per semplificargli la vita: la traduzione a vista[1] richiesta va a sommarsi alle altre attività sincrone che egli attiva comportando così un’ulteriore suddivisione delle risorse cognitive; inoltre l’interprete deve sempre prestare ascolto all’oratore poiché egli difficilmente seguirà alla lettera il testo fornito[2], anzi, spesso inserirà delle digressioni, salterà delle parti per poi riprendere il filo.

Morfologia e strutture sintattiche

Anche quando ci si trova a operare con due lingue appartenenti alla stessa famiglia spesso si possono incontrare difficoltà create dalle differenze che esse presentano in termini di morfologia e di costruzioni sintattiche.

Un esempio del primo caso possono essere i cosiddetti false friends interpretando dall’inglese o dal francese verso l’italiano, ossia quelle parole che da un punto di vista strettamente morfologico sono identiche o molto simili nelle due lingue, ma la cui semantica è in parte o del tutto dissimile.

Mentre per quanto concerne la sintassi essa pone un carico particolarmente elevato sulla memoria a breve termine dell’interprete come afferma Ricciardi (1996:213) “syntactic restructuring from source-text to target-text is one of the processes that places extremely heavy stress on short-termy memory”. Questo avviene poiché trovarsi di fronte a strutture in cui i vari componenti della frase appaiono in ordine diverso rispetto a quello della TL fa sì che l’interprete debba memorizzare molte informazioni per poi riorganizzarle nella giusta sequenza.

Casi di questo genere si possono verificare specialmente quando le due lingue appartengono a tipologie sintattiche diverse, ad esempio quando la SL ha una struttura a testa finale e la TL una a testa iniziale. In tale situazione una proposizione relativa o una lista di aggettivi saranno la prima porzione di informazione ricevuta in SL, ma l’ultima da rendere nella lingua d’arrivo. Questo avviene quando le due lingue hanno un ordine dei costituenti diverso e vi è un passaggio da una lingua SOV (come il tedesco, in cui spesso il verbo è l’ultimo elemento di un sintagma) ad una SVO in cui è sempre necessario avere il verbo nelle prime posizioni della frase.

Questa prima tipologia di criticità sono massimizzate quando si interpreta tra due lingue completamente diverse tra loro e molto distanti sotto ogni punto di vista.

Citazioni, metafore, proverbi e humour.

Durante un discorso l’oratore, poco attento o conscio che il suo intervento venga interpretato in altre lingue può ricorrere a metafore, proverbi, citazioni di opere più o meno conosciute o a barzellette e battute umoristiche. Questi elementi creano degli ostacoli non trascurabili per gli interpreti che debbono gestirli all’interno dei vincoli di tempo in cui operano.

Per quanto riguarda le citazioni sarebbe buona prassi, da parte degli oratori, identificarle in modo chiaro.

L’interprete trovandosi di fronte ad una citazione può soltanto tentare di tradurla all’impronta a meno che egli non abbia avuto il testo in precedenza e avuto il tempo necessario per recuperare la traduzione ufficiale nella lingua d’arrivo di quel preciso passo (Pearl, 1999).

Jones (1998) tuttavia sottolinea che la cosa migliore da fare – soprattutto se si è in presenza di brani molto famosi di cui si è certi esista una traduzione accreditata – sia quella di tradurre il testo citato nel modo migliore possibile e di aggiungere che si tratta esclusivamente di una perifrasi. Così facendo ci si assicura di non urtare le sensibilità di un pubblico che potrebbe essere a conoscenza del testo in questione pur traducendone il valore semantico.

I proverbi e le metafore sono nella maggior parte dei casi elementi intrisi di significati legati ad una particolare cultura o a gruppo specifico, perciò particolarmente ardui da gestire in IS. Infatti, anche se essi vengono immediatamente compresi, può esser difficile trovare una soluzione adeguata sul momento, quindi nel farlo è importante tenere a mente che i delegati “are not in the meeting to appreciate curiosities of foreign languages. The interpreter should give the English equivalent of the French saying, with no qualification.” (Jones, 1998:113). Per questo motivo è bene evitare qualificazioni come “il famoso proverbio francese” se poi se ne utilizza uno italiano con la stessa accezione, la cosa migliore è tradurre direttamente nella lingua d’arrivo.

Vale la pena sottolineare, per quanto concerne le metafore, che gli interpreti dovrebbero sempre evitare di creare delle proprie metafore per esprimere dei concetti presentati in lingua di partenza in modo lineare, poiché in situazioni comunicative in cui più lingue vengono utilizzate contemporaneamente queste potrebbero creare degli equivoci o essere richiamate nella sessione di Questions & Answers da coloro che hanno ascoltato l’interpretazione e non hanno sentore del fatto che la figura retorica fosse un’invenzione dell’interprete e non dell’oratore.

Nel caso in cui l’oratore ricorra a barzellette o battute umoristiche l’interprete si trova in una sorta di vicolo cieco: non avendo modo di sapere come finirà la storia egli difficilmente potrà utilizzare il giusto profilo d’intonazione e spesso la sua incertezza farà sì che il pubblico che l’ascolta non colga l’ilarità (Jones, 1998).

Elementi asemantici.

Si tratta di tutti quegli elementi che usati isolatamente, non hanno un significato proprio: cifre, acronimi, nomi propri e geografici, tecnicismi, gergo e prestiti da altre lingue (comprese lingue morte quali il latino). Essi sono particolarmente problematici, spiega Pearl, perché:

The trouble with asemantic elements is that they are not part of a semantically linked chain, but just so many unconnected or loose links which cannot be inferred or anticipated from the speech flow.

(Pearl, 1999:19)

Questi elementi essendo completamente indipendenti dal resto della frase non possono essere estrapolati in alcun modo, perciò è fondamentale che l’interprete mantenga un décalage minore quando ha il sentore che uno di essi stia per apparire. Le citazioni da altre lingue, quelle che Pearl definisce “third languages” (Pearl, 1999:19) si presentano attraverso citazioni di termini in lingue diverse da quella usata per il discorso.

Si possono individuare due casi diversi: il primo è quello del latino, il secondo quello del ricorso alla madrelingua dello stesso oratore.

Nella prima circostanza anche se l’interprete ha una buona conoscenza del latino le difficoltà non finiscono. Egli dovrà prima di tutto riconoscere la parola latina per poi deciderne la gestione, in quanto la citazione difficilmente verrà segnalata e apparrà inserita nel flusso del discorso e pronunciata con l’accento della lingua in uso per il resto del discorso.

L’altra modalità è quella in cui un oratore stia parlando in una lingua diversa dalla sua madrelingua e decida di far ricorso ad un vocabolo, un proverbio, nella sua prima lingua senza però effettuare alcun cambio di intonazione e presentandolo all’interno della struttura sintattica dell’altra lingua rendendo molto difficile la vita all’interprete.

Le cifre sono senz’altro un elemento che richiede la massima attenzione dell’interprete: esse difficilmente appaiono isolatamente e sono molto spesso corredate da almeno cinque tipologie d’informazioni: il valore aritmetico, il suo ordine di grandezza, l’unità di misura, l’elemento a cui esso si riferisce e il suo valore relativo (il numero potrebbe essere collegato a qualcos’altro all’intero del testo). Per vessare il meno possibile la propria memoria l’interprete deve cercare di ripetere il numero col minor décalage possibile, ma se vi è una lista di numeri la soluzione migliore è annotarli. Lavorando in team sarà l’interprete che non sta traducendo in quel preciso momento a aiutare il collega scrivendo le cifre (Jones, 1998).

Pearl (1999) propone di approssimare i numeri fornendo i loro ordini di grandezza o utilizzando delle espressioni generiche che li sostituiscano, tuttavia questo può avvenire soltanto quando il loro valore preciso non è di fondamentale importanza nel discorso. In casi come riunioni per l’approvazione di un bilancio aziendale o di discussione di stanziamento di fondi un tale approccio non può però essere utilizzato ed è consigliabile che l’interprete richieda i dati numerici in anticipo se essi costituiscono il fulcro dell’incontro.

Per quanto riguarda gli elenchi di nomi propri e geografici, l’interprete dovrebbe sempre assicurarsi di avere una lista di tutti i partecipanti all’evento, di conoscerne la provenienza geografica, e indagare i possibili riferimenti spazio-temporali in qualche modo collegati all’occasione in cui è chiamato a lavorare.

L’importanza fondamentale di tutto ciò è nel fatto che un nome proprio completamente sconosciuto svanisce subito dopo averlo sentito e diventa quasi impossibile riprodurlo non avendo alcun indizio contestuale-semantico per recuperarlo:

If an interpreter is observing the normal lag of a second or two, he will normally have no trouble with a speaker’s “… to be held in the capital of my country”. But if he is not there to hear the word “Ouagadougou” at the very moment it is being uttered and only arrives on the scene a second or two later, he will find that the phonetic trace has vanished, leaving only the grin on the face of the Cheshire Cat, and all the deductive powers of Sherlock Holmes and Nero Wolfe rolled together will do nothing to help him.

(Pearl, 1999:19)

Infine, Pearl (1999) identifica una categoria di elementi critici che definisce “U PH O” (“unidentifiable phonetic objcect” Pearl, 1999: 21) che possono essere, ad esempio, titoli di pubblicazioni specifiche, nomi di organizzazioni, errori di pronuncia da parte dell’oratore di termini comuni o ancora acronimi poco conosciuti. Tali elementi creano difficoltà oggettve all’interprete che li incontra.

Di fronte alle criticità appena elencate, sottolineando che l’elenco riportato non vuole affatto essere esaustivo ma solo esemplificativo, non si può non sottolineare come l’IS presenti dei limiti piuttosto definiti e che alcuni di essi siano completamente indipendenti e al di fuori del controllo dell’interprete. Egli, in definitiva, si trova spesso a lavorare in condizioni quasi ostili che Pearl riassume impeccabilmente nei seguenti termini:

At the end of the day, (…) [The intepreter] can often end up facing ‘competition’ from elaborate, composed and dense material, badly read, at an unnatural speed, with ‘foreign’ phonetics, intonation and stress, devoid of oral punctuation and with the reader flitting with papilonaceous randomness from one segment to another.

(Pearl, 1999:11)

[1] Sight Translation si tratta di una modalità in cui l’interprete legge direttamente nella lingua d’arrivo un testo scritto in SL.

[2] Come evidenzia Pearl (1999) spesso i testi redatti in anticipo vengono introdotti dalla dicitura check against delivery la quale sembra essere un campanello d’allarme segnalante che l’oratore potrebbe discostarsi dal testo, ma che non permette all’interprete di attivare alcun meccanismo di prevenzione di errori se non quello di cercare di aumentare la concentrazione sul flusso del discorso oltre che sul testo.

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