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Dopo le difficoltà dovute all’oratore, passiamo ora a vedere quali siano le difficoltà legate al testo da interpretare.

Difficoltà dovute al testo da interpretare.
Testi scritti

È frequente che gli oratori preparino il testo del loro intervento in precedenza e che questo venga redatto da qualcun altro per loro.

In questi casi il modo migliore per evitare problemi agli interpreti, premesso che nel caso di discorsi pronunciati leggendo un testo scritto anche la velocità d’eloquio aumenta sensibilmente, è quello di far avere loro delle copie del testo con un anticipo che permetta almeno una lettura preliminare. Se questo non avviene o se tale compito viene lasciato agli organizzatori che non lo portano a termine come dovrebbero, la vita dell’interprete sarà più che mai difficile.

Nel leggere il suo testo l’oratore dovrebbe cercare di controllare la sua velocità e renderla il più vicina possibile a una di eloquio normale; dovrebbe scandire le parole in modo chiaro e soprattutto rispettare la punteggiatura in modo da non dimenticare del tutto l’importanza della prosodia in un discorso pubblico. Tutto questo potrebbe semplificare leggermente le cose all’interprete nella gestione di un testo molto più denso, più complesso ed elaborato del solito. Un testo scritto per essere letto diventa una sorta di strumento di comunicazione “misto” (mixed media) in cui le caratteristiche tipiche del linguaggio scritto e quelle del parlato entrano in conflitto invece di completarsi a vicenda complicando non poco le cose per gli ascoltatori e ancor più per gli interpreti (Setton, 2004).

Nel caso in cui il testo venga fornito all’interprete in anticipo questo può non essere sufficiente per semplificargli la vita: la traduzione a vista[1] richiesta va a sommarsi alle altre attività sincrone che egli attiva comportando così un’ulteriore suddivisione delle risorse cognitive; inoltre l’interprete deve sempre prestare ascolto all’oratore poiché egli difficilmente seguirà alla lettera il testo fornito[2], anzi, spesso inserirà delle digressioni, salterà delle parti per poi riprendere il filo.

Morfologia e strutture sintattiche

Anche quando ci si trova a operare con due lingue appartenenti alla stessa famiglia spesso si possono incontrare difficoltà create dalle differenze che esse presentano in termini di morfologia e di costruzioni sintattiche.

Un esempio del primo caso possono essere i cosiddetti false friends interpretando dall’inglese o dal francese verso l’italiano, ossia quelle parole che da un punto di vista strettamente morfologico sono identiche o molto simili nelle due lingue, ma la cui semantica è in parte o del tutto dissimile.

Mentre per quanto concerne la sintassi essa pone un carico particolarmente elevato sulla memoria a breve termine dell’interprete come afferma Ricciardi (1996:213) “syntactic restructuring from source-text to target-text is one of the processes that places extremely heavy stress on short-termy memory”. Questo avviene poiché trovarsi di fronte a strutture in cui i vari componenti della frase appaiono in ordine diverso rispetto a quello della TL fa sì che l’interprete debba memorizzare molte informazioni per poi riorganizzarle nella giusta sequenza.

Casi di questo genere si possono verificare specialmente quando le due lingue appartengono a tipologie sintattiche diverse, ad esempio quando la SL ha una struttura a testa finale e la TL una a testa iniziale. In tale situazione una proposizione relativa o una lista di aggettivi saranno la prima porzione di informazione ricevuta in SL, ma l’ultima da rendere nella lingua d’arrivo. Questo avviene quando le due lingue hanno un ordine dei costituenti diverso e vi è un passaggio da una lingua SOV (come il tedesco, in cui spesso il verbo è l’ultimo elemento di un sintagma) ad una SVO in cui è sempre necessario avere il verbo nelle prime posizioni della frase.

Questa prima tipologia di criticità sono massimizzate quando si interpreta tra due lingue completamente diverse tra loro e molto distanti sotto ogni punto di vista.

Citazioni, metafore, proverbi e humour.

Durante un discorso l’oratore, poco attento o conscio che il suo intervento venga interpretato in altre lingue può ricorrere a metafore, proverbi, citazioni di opere più o meno conosciute o a barzellette e battute umoristiche. Questi elementi creano degli ostacoli non trascurabili per gli interpreti che debbono gestirli all’interno dei vincoli di tempo in cui operano.

Per quanto riguarda le citazioni sarebbe buona prassi, da parte degli oratori, identificarle in modo chiaro.

L’interprete trovandosi di fronte ad una citazione può soltanto tentare di tradurla all’impronta a meno che egli non abbia avuto il testo in precedenza e avuto il tempo necessario per recuperare la traduzione ufficiale nella lingua d’arrivo di quel preciso passo (Pearl, 1999).

Jones (1998) tuttavia sottolinea che la cosa migliore da fare – soprattutto se si è in presenza di brani molto famosi di cui si è certi esista una traduzione accreditata – sia quella di tradurre il testo citato nel modo migliore possibile e di aggiungere che si tratta esclusivamente di una perifrasi. Così facendo ci si assicura di non urtare le sensibilità di un pubblico che potrebbe essere a conoscenza del testo in questione pur traducendone il valore semantico.

I proverbi e le metafore sono nella maggior parte dei casi elementi intrisi di significati legati ad una particolare cultura o a gruppo specifico, perciò particolarmente ardui da gestire in IS. Infatti, anche se essi vengono immediatamente compresi, può esser difficile trovare una soluzione adeguata sul momento, quindi nel farlo è importante tenere a mente che i delegati “are not in the meeting to appreciate curiosities of foreign languages. The interpreter should give the English equivalent of the French saying, with no qualification.” (Jones, 1998:113). Per questo motivo è bene evitare qualificazioni come “il famoso proverbio francese” se poi se ne utilizza uno italiano con la stessa accezione, la cosa migliore è tradurre direttamente nella lingua d’arrivo.

Vale la pena sottolineare, per quanto concerne le metafore, che gli interpreti dovrebbero sempre evitare di creare delle proprie metafore per esprimere dei concetti presentati in lingua di partenza in modo lineare, poiché in situazioni comunicative in cui più lingue vengono utilizzate contemporaneamente queste potrebbero creare degli equivoci o essere richiamate nella sessione di Questions & Answers da coloro che hanno ascoltato l’interpretazione e non hanno sentore del fatto che la figura retorica fosse un’invenzione dell’interprete e non dell’oratore.

Nel caso in cui l’oratore ricorra a barzellette o battute umoristiche l’interprete si trova in una sorta di vicolo cieco: non avendo modo di sapere come finirà la storia egli difficilmente potrà utilizzare il giusto profilo d’intonazione e spesso la sua incertezza farà sì che il pubblico che l’ascolta non colga l’ilarità (Jones, 1998).

Elementi asemantici.

Si tratta di tutti quegli elementi che usati isolatamente, non hanno un significato proprio: cifre, acronimi, nomi propri e geografici, tecnicismi, gergo e prestiti da altre lingue (comprese lingue morte quali il latino). Essi sono particolarmente problematici, spiega Pearl, perché:

The trouble with asemantic elements is that they are not part of a semantically linked chain, but just so many unconnected or loose links which cannot be inferred or anticipated from the speech flow.

(Pearl, 1999:19)

Questi elementi essendo completamente indipendenti dal resto della frase non possono essere estrapolati in alcun modo, perciò è fondamentale che l’interprete mantenga un décalage minore quando ha il sentore che uno di essi stia per apparire. Le citazioni da altre lingue, quelle che Pearl definisce “third languages” (Pearl, 1999:19) si presentano attraverso citazioni di termini in lingue diverse da quella usata per il discorso.

Si possono individuare due casi diversi: il primo è quello del latino, il secondo quello del ricorso alla madrelingua dello stesso oratore.

Nella prima circostanza anche se l’interprete ha una buona conoscenza del latino le difficoltà non finiscono. Egli dovrà prima di tutto riconoscere la parola latina per poi deciderne la gestione, in quanto la citazione difficilmente verrà segnalata e apparrà inserita nel flusso del discorso e pronunciata con l’accento della lingua in uso per il resto del discorso.

L’altra modalità è quella in cui un oratore stia parlando in una lingua diversa dalla sua madrelingua e decida di far ricorso ad un vocabolo, un proverbio, nella sua prima lingua senza però effettuare alcun cambio di intonazione e presentandolo all’interno della struttura sintattica dell’altra lingua rendendo molto difficile la vita all’interprete.

Le cifre sono senz’altro un elemento che richiede la massima attenzione dell’interprete: esse difficilmente appaiono isolatamente e sono molto spesso corredate da almeno cinque tipologie d’informazioni: il valore aritmetico, il suo ordine di grandezza, l’unità di misura, l’elemento a cui esso si riferisce e il suo valore relativo (il numero potrebbe essere collegato a qualcos’altro all’intero del testo). Per vessare il meno possibile la propria memoria l’interprete deve cercare di ripetere il numero col minor décalage possibile, ma se vi è una lista di numeri la soluzione migliore è annotarli. Lavorando in team sarà l’interprete che non sta traducendo in quel preciso momento a aiutare il collega scrivendo le cifre (Jones, 1998).

Pearl (1999) propone di approssimare i numeri fornendo i loro ordini di grandezza o utilizzando delle espressioni generiche che li sostituiscano, tuttavia questo può avvenire soltanto quando il loro valore preciso non è di fondamentale importanza nel discorso. In casi come riunioni per l’approvazione di un bilancio aziendale o di discussione di stanziamento di fondi un tale approccio non può però essere utilizzato ed è consigliabile che l’interprete richieda i dati numerici in anticipo se essi costituiscono il fulcro dell’incontro.

Per quanto riguarda gli elenchi di nomi propri e geografici, l’interprete dovrebbe sempre assicurarsi di avere una lista di tutti i partecipanti all’evento, di conoscerne la provenienza geografica, e indagare i possibili riferimenti spazio-temporali in qualche modo collegati all’occasione in cui è chiamato a lavorare.

L’importanza fondamentale di tutto ciò è nel fatto che un nome proprio completamente sconosciuto svanisce subito dopo averlo sentito e diventa quasi impossibile riprodurlo non avendo alcun indizio contestuale-semantico per recuperarlo:

If an interpreter is observing the normal lag of a second or two, he will normally have no trouble with a speaker’s “… to be held in the capital of my country”. But if he is not there to hear the word “Ouagadougou” at the very moment it is being uttered and only arrives on the scene a second or two later, he will find that the phonetic trace has vanished, leaving only the grin on the face of the Cheshire Cat, and all the deductive powers of Sherlock Holmes and Nero Wolfe rolled together will do nothing to help him.

(Pearl, 1999:19)

Infine, Pearl (1999) identifica una categoria di elementi critici che definisce “U PH O” (“unidentifiable phonetic objcect” Pearl, 1999: 21) che possono essere, ad esempio, titoli di pubblicazioni specifiche, nomi di organizzazioni, errori di pronuncia da parte dell’oratore di termini comuni o ancora acronimi poco conosciuti. Tali elementi creano difficoltà oggettve all’interprete che li incontra.

Di fronte alle criticità appena elencate, sottolineando che l’elenco riportato non vuole affatto essere esaustivo ma solo esemplificativo, non si può non sottolineare come l’IS presenti dei limiti piuttosto definiti e che alcuni di essi siano completamente indipendenti e al di fuori del controllo dell’interprete. Egli, in definitiva, si trova spesso a lavorare in condizioni quasi ostili che Pearl riassume impeccabilmente nei seguenti termini:

At the end of the day, (…) [The intepreter] can often end up facing ‘competition’ from elaborate, composed and dense material, badly read, at an unnatural speed, with ‘foreign’ phonetics, intonation and stress, devoid of oral punctuation and with the reader flitting with papilonaceous randomness from one segment to another.

(Pearl, 1999:11)

[1] Sight Translation si tratta di una modalità in cui l’interprete legge direttamente nella lingua d’arrivo un testo scritto in SL.

[2] Come evidenzia Pearl (1999) spesso i testi redatti in anticipo vengono introdotti dalla dicitura check against delivery la quale sembra essere un campanello d’allarme segnalante che l’oratore potrebbe discostarsi dal testo, ma che non permette all’interprete di attivare alcun meccanismo di prevenzione di errori se non quello di cercare di aumentare la concentrazione sul flusso del discorso oltre che sul testo.

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Saturday, 02 June 2018 02:14

Criticità dell'Interpretazione Simultanea

Vi abbiamo già presentato lInterpretazione Simultanea e abbiamo avuto modo di raccontarvi quanto stress essa possa causare alla mente dell’interprete e cosa accada nel micro-mondo della cabina di simultanea, ora entriamo nel vivo della questione e iniziamo ad analizzare insieme quali sono le principali difficoltà che un professionista in cabina di simultanea si trova ad affrontare a prescindere dalle combinazioni linguistiche con cui lavora.

Suddivideremo le difficoltà in due macro-sezioni: quelle strettamente legate all’oratore e alla sua modalità di espressione sia in termini di contenuti che di eloquio; e quelle interne al testo da interpretare: la differenza di strutture tra le due lingue, la presenza o meno di un testo scritto e gli elementi culturalmente rilevanti come metafore, humour, proverbi e citazioni.

Iniziamo dalla prima categoria.

Le Criticità Strettamente Legate all’Oratore
Incoerenza nel flusso dei contenuti presentati dall’oratore

Quando si parla di oratori presso fora internazionali o grandi conferenze, si potrebbe tendere a dare per scontato il fatto che essi siano anche dei buoni oratori, questo tuttavia non è sempre vero, anzi, come sottolinea Pearl:

It is only relatively recently in the history of diplomacy, with the rise of international organizations, that speaking in public has become part of a diplomat’s job description. (…) The ability to speak impromptu, coherently and lucidly in public is a talent that by no means everyone possesses and is of an entirely different order from the ability to hold one’s own in private conversation.

(Pearl,1999: 8)

Quindi non tutti gli oratori saranno in grado di presentare discorsi coerenti e logici, ma l’interprete in ogni caso non potrà essere esonerato dal compiere il suo lavoro. Egli si troverà a dover gestire delle contraddizioni o punti di mancata coerenza che potrebbero passare inosservati o essere corretti automaticamente da ascoltatori che comprendano la lingua di partenza, ma che creerebbero non pochi dubbi e mettendo in pericolo la resa del messaggio quando questo viene tradotto in lingua di arrivo, poiché tali elementi non riescono ad attraversare la barriera linguistica (Pearl, 1999).

Apparirà chiaro come sia impossibile superare questo tipo di criticità, infatti, sebbene alle volte sia concepibile correggere le incoerenze, soprattutto quando esse sono macroscopiche ed evidenti, altre può essere rischioso imbarcarsi in una correzione non sapendo se l’incoerenza dell’oratore è davvero inconscia oppure se fa parte di una sua deliberata strategia comunicativa.

Interventi presentati in una lingua diversa dalla madrelingua dell’oratore

In occasioni a carattere multinazionale o internazionale alcuni oratori potrebbero trovarsi a utilizzare una lingua che non sia la loro lingua madre e di cui spesso non hanno un controllo sufficiente. Si tratta di una situazione poco felice per loro stessi quanto per coloro che devono interpretarli, infatti sarebbe meglio se essi potessero utilizzare una lingua con la quale si sentono a proprio agio e riescono ad esprimersi in modo meno difficoltoso.

Come sottolinea Pearl (1999) alle volte questo problema potrebbe esser risolto se gli interpreti proponessero a un oratore di parlare nella sua prima lingua e di avvalersi del loro lavoro creando una condizione vantaggiosa per tutti, ma questo non avviene quasi mai perché tra gli interpreti, gli organizzatori di eventi e gli oratori vi è una tendenza di “don’t ask, don’t tell ” per cui nella scelta dell’oratore, ad esempio all’interno di una delegazione, il fattore “competenza linguistica” non viene quasi mai preso in considerazione; e anche quando gli interpreti seguono il consiglio di Pearl e provano effettivamente a suggerire a un oratore di parlare nella sua lingua madre, questi raramente approfitta della possibilità che gli viene data, soprattutto perché molto spesso nei convegni viene chiesto a tutti coloro che prendono la parola di farlo in inglese senza effettivamente porsi il problema della competenza linguistica dei vari oratori o pensare alle difficoltà aggiuntive che parlanti poco sicuri e poco fluenti possono generare per gli interpreti.

Principali Aspetti della Delivery

Parametri fondamentali che possono creare difficoltà nello svolgimento del lavoro d’interpretazione sono il ritmo, l’accento, l’intonazione dell’oratore e soprattutto la velocità d’eloquio.

Riguardo quest’ultima, un ritmo di 100-120 parole al minuto è stato ritenuto adeguato per l’IS ad un simposio dell’AIIC[1] nel 1965 al quale sono seguiti diversi studi sperimentali che hanno mostrato la validità di tale valore, tra cui quelli di Gerver (1969/2002).

L’autore ha evidenziato come ricevendo input superiori alle 120 parole al minuto diminuisca la percentuale di testo interpretata correttamente.

Per quanto concerne invece l’intonazione è bene sottolineare che un andamento monotono dell’oratore può rendere un discorso più arduo da interpretare.

Le variabili legate alla delivery dell’oratore sono difficilmente controllabili e i problemi che esse creano sono irrisolvibili per l’interprete, il quale come unica arma drastica possiede quella di segnalare che, nel caso in cui l’oratore non diminuisca la sua velocità d’eloquio, il servizio d’interpretazione verrà interrotto. Tuttavia questa può rappresentare soltanto una risorsa estrema che rischia di avere conseguenze negative sulla reputazione dello stesso interprete e va utilizzata con parsimonia estrema.

[1]Disponibile in: http://www.aiic.net/ViewPage.cfm?article_id=8&plg=2&slg=2

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L’interpretazione simultanea è arte e tecnica al tempo stesso[1].

(Zhong, 2008 b:167)

 

L’interpretazione simultanea (IS) è una forma d’interpretazione[2] che prevede l’utilizzo di apparecchiature consistenti, nella maggior parte dei casi, in auricolari o cuffie e microfono inseriti all’interno di un più ampio sistema elettronico che collega la cabina in cui lavora l’interprete di simultanea ai microfoni e alle cuffie a disposizione degli oratori e del pubblico. Si tratta di una forma d’interpretazione molto complessa che prevede la produzione, da parte dell’interprete, del testo in lingua d’arrivo (TL) in contemporanea con quello in lingua di partenza (SL) prodotto dall’oratore.

L’AIIC (Association Internationale d’Interprètes de Conférence) definisce l’IS nei seguenti termini:

In simultaneous mode, the interpreter sits in a booth with a clear view of the meeting room and the speaker and listens to and simultaneously interprets the speech into a target language. Simultaneous interpreting requires a booth (fixed or mobile) that meets ISO standards of acoustic isolation, dimensions, air quality and accessibility as well as appropriate equipment (headphones, microphones).                                                                                                                                                                           (AIIC’s Conference Interpretation Glossary[3])

L’IS può essere definita come un fenomeno cognitivo e linguistico: cognitivo per i numerosi e complessi processi di elaborazione mentale e le molteplici abilità cognitive che vengono attivate contemporaneamente e linguistico perché le informazioni oggetto di tali processi sono, essenzialmente, di tipo linguistico (Anderson, 1994). Perciò quando si parla d’interpretazione simultanea ci si riferisce ad un complesso sistema di procedimenti che permettono all’interprete di produrre in tempi molto brevi[4] una resa in TL del messaggio pronunciato dall’oratore pochi istanti prima nella SL.

Le principali attività che l’interprete si trova a intraprendere simultaneamente o in rapida successione sono nell’ordine: l’ascolto del testo nella lingua di partenza; la comprensione di quanto ricevuto; l’attivazione di processi cognitivi tra cui l’utilizzo della memoria a breve termine che permette di recuperare le informazioni linguistiche appena ricevute e la sua interazione con quella a lungo termine e con le conoscenze pregresse in essa immagazzinate (sia a livello contestuale dell’evento in cui l’interprete si trova che in termini di cultura generale e conoscenze enciclopediche); e infine la codifica del messaggio elaborato e la produzione nella lingua d’arrivo[5].

Potrebbe essere sorprendente pensare che quanto appena elencato avvenga nel giro di pochi secondi o millesimi di secondo e che le attività di ascolto ed enunciazione siano continuamente sovrapposte; vi è sempre, nel corso di un’interpretazione simultanea, un flusso continuo in cui i due codici linguistici (la lingua di partenza e quella di arrivo) s’incrociano incessantemente. A questo si aggiungono altri due fattori di fondamentale importanza: l’interprete deve sottostare al ritmo imposto dall’oratore cercando di mantenere il décalage al minimo indispensabile e seguirlo in un discorso di cui non sa niente o quasi e deve farlo senza aver mai un’ampia visuale su quanto verrà dopo. Inoltre, egli deve riuscire a monitorare la sua produzione, correggersi ove necessario e controllare che il suo discorso sia grammaticalmente e stilisticamente corretto nella lingua d’arrivo (Anderson, 1994).

Nel portare avanti tutte queste operazioni concomitanti l’interprete tenta di separare la sua attenzione e di distribuire le risorse cognitive a sua disposizione nel modo più equo possibile tra le attività in cui viene coinvolto; per far ciò egli deve dosare la quantità di energia totale a sua disposizione (Gile, 1985).

Simultaneous Interpreting is not to establish equivalents between two languages, but to communicate the meanings of a speech being heard.

(Anderson, 1994:101)

La definizione elaborata da Anderson getta luce su un nodo essenziale del processo d’IS e su ciò che lo rende possibile: un interprete di simultanea non può e non deve mirare a tradurre ogni singola parola pronunciata dall’oratore, anche perché così facendo perderebbe di vista il fine ultimo dell’interpretazione stessa, quello di trasmettere il senso e non le parole (Seleskovitch, 1976)[6]. In base a questa concezione di fondo è facile concludere, come hanno mostrato molti studi traduttologici (Quine, 1960; Keenan, 1978), che una traduzione o un’interpretazione, nel caso specifico, non può mai essere perfetta in termini assoluti, ma solo abbastanza buona da assolvere in pieno il suo fine pratico in una determinata circostanza.

Simultaneous can be compared to playing the piano (…) the pianist has to learn the right hand, then the left, then learns to coordinate both, in much the same way as the interpreter learns to listen to two speeches at the same time.

(Jones, 1998:70)

La metafora del pianoforte sembra raffigurare alla perfezione la complessità dei processi con cui l’interprete di simultanea ha a che fare e riesce anche a descrivere il prodotto di una buona prestazione in simultanea: come chi ha imparato a suonare il piano riesce a produrre melodie armoniose, così un interprete che controlla la sua resa senza per questo prestare meno attenzione all’input che riceve riesce a produrre un testo in lingua d’arrivo corretto, adeguato e piacevole da ascoltare per il pubblico.

[1] 同声传译既是一门艺术,又是一门技术 (tóngshēng chuányì jí shì yī mén yìshù, yòu shì yī mén jìshù). La traduzione dal cinese di questo estratto e degli altri presenti nell’elaborato, qualora non diversamente specificato, è dell’autore.

[2] L’interpretazione è una forma di traduzione che viene effettuata oralmente traducendo del contenuto semantico di una lingua di partenza in un suo corrispondente in una lingua d’arrivo. La definizione che fornisce Viezzi (2008:35) di questa attività pare molto calzante: “l’interpretazione può essere definita come un servizio che si esplica attraverso un atto di comunicazione e prende la forma di un’attività interlinguistica e interculturale di produzione testuale”.

[3] Disponibile in: http://www.aiic.net/glossary/default.cfm?ID=262&letter=S

[4] È necessario sottolineare come l’aggettivo “simultanea” possa dare un’idea fuorviante del processo stesso: è impensabile, infatti, ritenere che si possa interpretare nell’istante stesso in cui l’oratore pronuncia una frase, anche in IS vi è sempre una distanza minima tra la produzione dell’oratore e la resa dell’interprete, il cosiddetto décalage.

[5] La complessità delle attività che gli interpreti di simultanea eseguono ha portato molti interpreti e ricercatori nell’ambito degli Interpreting Studies a elaborare dei modelli per descriverne le caratteristiche. Cfr. Pőchhacker (2004).

[6] Si fa riferimento alla théorie du sens elaborata da Seleskovitch e Lederer presso l’ESIT School di Parigi che ha avuto un grande valore e molta importanza nel panorama degli Interpreting Studies e pone l’accento sull’importanza di trasmettere il “senso” dell’oratore evitando un approccio parola per parola. Per una trattazione più ampia cfr. par.1.5.2 p. 21.

 

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Sunday, 29 April 2018 02:15

L'interprete di simultanea al lavoro

A good interpreter makes this task seem easy.
(Van Dam, 1989:168)


L’insieme dei processi complessi alla base dell’IS sopra descritti fa sì che essa sia possibile soltanto se si verificano determinate condizioni: oltre a un’ottima conoscenza e padronanza della lingua d’arrivo e di partenza l’interprete deve avere a disposizione delle informazioni sia di tipo contestuale legate all’evento a cui egli dovrà partecipare, che ampie conoscenze enciclopediche di base che gli permettano di colmare eventuali vuoti dell’input linguistico che riceve.

Inoltre dovrebbe essere sempre in condizione di poter cogliere tutti gli indizi audiovisivi che possano aiutarlo a far luce su ciò che l’oratore vuole dire e sulle aspettative del pubblico; infine un interprete di simultanea dovrebbe avere una formazione ed un allenamento che gli permettano di combinare le conoscenze linguistiche, quelle contestuali e generali e di suddividere la sua attenzione tra le varie attività sincrone che deve compiere nel modo più efficace possibile (Setton, 2005).

Analizzando più da vicino le condizioni preliminari individuate da Setton emerge quanto sia importante la formazione di un interprete di conferenza, sia per uanto concerne le competenze linguistiche che per la cultura generale che dovrebbe permettergli di sapere sempre qualcosa di ogni cosa, ma ancor più si evidenzia una caratteristica fondamentale del lavoro di un interprete: egli è partecipante attivo di un evento comunicativo, perciò dovrebbe cercare di non estraniarsi da esso. Questo potrebbe sembrare difficile, vista la sua posizione in una cabina insonorizzata, tuttavia essa dovrebbe permettere all’interprete di avere accesso visivo alla sala, al tavolo dei relatori ed eventualmente allo schermo sul quale potrebbero essere proiettate presentazioni di diapositive.

È molto importante che l’interprete, mettendo in atto una sorta di sistema di crisis prevention management prenda confidenza in anticipo con gli impianti in cui si troverà a lavorare in modo da poter ridurre al minimo le possibilità che si verifichino incidenti di tipo tecnico: piccole accortezze possono evitare situazioni difficili da gestire a lavoro avviato, come, ad esempio, controllare che il tasto mute che permette di silenziare il microfono senza che gli uditori se ne accorgano (mentre spegnere il microfono del tutto crea un segnale acustico ben distinguibile) sia funzionante, o accertarsi che si sia sintonizzati sul giusto canale per ricevere l’input dell’oratore e non quello di un’altra cabina. Altro punto su cui Setton pone un’enfasi particolare è la divisione dell’attenzione da parte dell’interprete: 50% delle risorse e delle energie verranno dedicate all’ascolto, la restante metà alla produzione; per quanto riguarda quest’ultima egli dovrà controllare la resa sia in termini di contenuto, correttezza e fedeltà all’originale, che di forma producendo frasi grammaticalmente corrette e di senso compiuto nella lingua d’arrivo; per potervi riuscire, potrà ricorrere a diverse strategie messe in atto in modo più o meno cosciente.

Se si prova a immaginare di seguire un interprete in un suo turno di lavoro, lo si vedrà, non appena saputo l’argomento della conferenza a cui dovrà partecipare, provare prima di tutto a richiedere del materiale per prepararsi sia dal punto di vista terminologico che di conoscenze di base sugli argomenti da trattare. Qualora non ve ne fosse di disponibile o gli organizzatori non fossero sufficientemente sensibili alle esigenze degli interpreti, egli dovrà procurarsi della documentazione autonomamente. Giunto il giorno della conferenza l’interprete controllerà chi sia il suo partner in quanto gli interpreti di simultanea lavorano in team costituiti da almeno due persone, per poi entrare in cabina, il suo piccolo universo per la giornata.

Sarà interessante, poi, osservarlo indossare le cuffie e vederlo, nella maggior parte dei casi, coprire del tutto un solo orecchio e lasciare l’altro scoperto totalmente o in parte per aver modo di controllare il proprio output; molti studi degli ultimi vent’anni in neurolinguistica si sono interessati alla lateralizzazione celebrale delle funzioni linguistiche degli interpreti e i risultati emersi sono piuttosto concordanti nel mostrare che per una persona destra sia più naturale e funzionale coprire l’orecchio sinistro lasciando libero il destro per l’automonitoraggio e viceversa per i mancini (Lambert, 1990) (Fabbro & Gran, 1990- 1991). Di solito i turni di lavoro di un interprete in simultanea durano intorno alla mezz’ora ed è buona abitudine, soprattutto se non si è molto esperti sul tema della giornata, seguire lo svolgimento della conferenza anche durante i turni dei colleghi, nonché, nel caso dell’utilizzo da parte degli oratori di slides avere a disposizione un computer con il file contenente il materiale in questione in modo da poter seguire più agevolmente l’andamento del discorso e di poter adattare la sequenza delle diapositive ai tempi dell’IS.

Quando il turno dell’interprete inizia sono molteplici i parametri a cui egli dovrà prestare massima attenzione: l’accento, il modo di parlare dell’oratore, la sua velocità d’eloquio, ma anche la complessità, la tecnicità e la densità semantica del testo di partenza.

Il vincolo maggiore rimane, a parere di chi scrive, il pochissimo tempo a disposizione per veicolare le informazioni fornite dall’oratore. Palazzi (1999:38) sostiene che “il fattore tempo non deve però mai essere sentito come un condizionamento”; tuttavia appare impossibile escluderlo da qualsiasi analisi di una forma d’interpretazione che è caratterizzata proprio dal suo avvenire in un momento quasi simultaneo a quello della produzione del testo. Vi è, ad ogni modo, accordo con Palazzi quando ella sostiene che il tempo limitato non può essere una giustificazione esauriente per il compimento di scelte drastiche riguardo l’omissione di parti significative di contenuto durante il processo interpretativo.

Proprio perché il tempo viene percepito come un vincolo imprescindibile, l’interprete può scegliere vari approcci, in modo più o meno conscio, riguardo alla distanza da tenere rispetto all’oratore: la scelta più saggia e probabilmente quella più spontanea che egli possa effettuare è quella che Lederer (1989:154) definisce “movimento del pendolo” (mouvement du pendule), ossia un avvicinarsi e allontanarsi dall’oratore variando il décalage a seconda della tipologia d’informazioni che vengono ricevute in un dato momento cercando, ad esempio, di ridurlo quando incontra dei numeri[1] o quando comprende che l’oratore sta traendo le conclusioni e andando verso la chiusura del discorso, in modo da poter terminare l’interpretazione con il minor ritardo possibile.

Altra conseguenza dell’interpretare in tempi brevissimi e del portare avanti numerosi processi cognitivi contemporaneamente è rappresentata dal fatto che l’interprete può perdere di vista il suo ruolo nel processo comunicativo della conferenza: egli non è soltanto il ricevente del messaggio, ma un oratore a sua volta, perciò le scelte terminologiche e lessicali che egli compie, sebbene siano in larga parte determinate dall’input che riceve dall’oratore, sono anche influenzate dal suo modo di parlare, di esprimersi.

Nella sua funzione di oratore l’interprete deve prestare attenzione allo “slittamento fonetico[2]” poiché sebbene esso sia ammissibile in alcuni casi, in altri può risultare in una semplice contaminazione della lingua di partenza su quella di arrivo e in altri ancora può far cadere l’interprete in una trappola poiché, anche tra lingue molto simili tra loro (ad esempio italiano e francese), vicinanza fonetica non sempre implica vicinanza di significato (Lederer, 1973).

Da quanto detto sinora è possibile riassumere alcuni punti salienti del lavoro di un interprete di conferenza che corrispondono alle “regole d’oro” dell’IS individuate da Jones (1998):

  • tenere sempre presente che esso è una forma di comunicazione;
  • usare al meglio le apparecchiature a disposizione;
  • assicurarsi di riuscire ad ascoltare nitidamente se stessi e l’oratore;
  • non provare mai ad interpretare qualcosa che non è stato compreso perfettamente o che non si è certi di aver sentito bene;
  • massimizzare la concentrazione;
  • non distrarsi concentrandosi su singole parole problematiche;
  • separare l’attenzione;
  • utilizzare, quando possibile, frasi brevi e semplici;
  • essere grammaticalmente corretti nella lingua d’arrivo;
  • comporre frasi finite e di senso compiuto.

 

 

 

[1] Cfr. par. 1.3.2 p. 14.

[2] Glissement phonétique, ovvero il trasferimento di una parola da una lingua all’altra semplicemente cambiandone la pronuncia; questo fenomeno, a cui bisogna prestare particolare attenzione tra lingue della stessa famiglia, perde consistenza e valore quando si interpreta tra lingue molto dissimili, com’è il caso del cinese.

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