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Monday, 05 July 2021 15:46

Non si finisce mai di imparare

Non si finisce mai di imparare

Forse in molti dopo la laurea avranno pensato:

 “Che bello è finita!”

“Dopo tanti anni possono dire addio allo studio!”

“Mai più lezioni!”

O almeno questo era quello che pensavo io quando un po’ di anni fa concludevo i miei studi accademici. 

Ora, dopo anni di esperienza lavorativa, sorrido di quei pensieri un po’ ingenui ogni volta che mi ritrovo a studiare di nuovo, come la settimana scorsa quando ho preso parte alla Food Digital Week. È stata una intesa settimana di aggiornamento professionale sulle ultime tendenze del mercato del Food&Beverage cinese e sulle ultime normative della Cina in tema di importazione e sicurezza alimentare. Tra gli esperti presenti: Jiao Yang (direttore del centro di ricerca TBT dell’Amministrazione Generale delle Dogane Cinese), Zhang Zhongpeng (direttore della Camera di CommercioCinese per Import e Export di Medicinali e prodotti per la salute), Jan Carey (CEO dell’Infant Nutrition Council), e Andrea Gottschalk (social media strategist diDigiant Global). 

Ormai non conto più quanti corsi ho seguito o quanti articoli e report ho letto in questi anni di lavoro nell’import di prodotti alimentari italiani in Cina, ma ogni volta mi rendo conto che davvero non si finisce mai di imparare! Ed è vero soprattutto in Cina, dove tutto è sempre in rapido mutamento: modifiche ai guobiao, adattamenti dei dazi, nuove misure di controllo in dogana solo per citarne alcune.   

Per essere dei professionisti in Cina, non basta dotarsi delle giuste skills e conoscenze specifiche del settore, ma bisogna continuare ad aggiornarsi e ad imparare anche dopo anni e anni di esperienza. 

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Il F&B è un settore molto affascinante e presenta diverse possibilità di inserimento lavorativo nell’ambito dell’export e dell’import per chi ha studiato cinese. Ma quali sono le possibilità di questo settore? Scopriamolo con Vincenza Caputo, una professionista che si occupa di import ed export con la Cina nel settore F&B.  

Ciao Vincenza, parlaci un po’ di te: qual è stato il tuo percorso per lavorare nel F&B?

Dopo la laurea in Relazioni Internazionali – Curriculum Cina e una prima esperienza lavorativa, ho deciso di specializzarmi in internazionalizzazione di impresa e in import e export grazie a un percorso di professionalizzazione in materia dell’ICE – Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane. Questa formazione mi ha consentito di iniziare a lavorare nel commercio internazionale e dopo un'esperienza lavorativa che mi ha portata a Milano e a Miami, dal 2018 lavoro ad Hangzhou per un’azienda che si occupa dell’importazione di prodotti F&B italiani in Cina e della loro distribuzione sia offline che online. 

Che tipo di azienda è e qual è il tuo ruolo in azienda? 

L’azienda, essendo una JV italo-cinese a maggioranza italiana, collabora con l’ufficio dell’azienda in Italia che si occupa della fase di acquisti e esportazione mentre noi in Cina ci occupiamo principalmente della fase di importazione e distribuzione sul territorio cinese. Inizialmente, nell’azienda cinese non vi era personale italiano, ma hanno poi deciso di assumere una persona italiana che facesse da ponte tra le due aziende. Quindi il mio ruolo è di coordinamento tra le due aziende sia per quanto riguarda gli acquisti e il processo di export e import, sia per quanto riguarda lo sviluppo delle strategie di marketing e di sviluppo commerciale dell’azienda. 

La tua formazione è stata sufficiente per poter lavorare in questo ruolo? 

Terminata l’Università, ho svolto un tirocinio nell’Ufficio Relazioni Internazionali del Centro Italiano Ricerche Aerospaziali e durante questa esperienza mi sono resa conto di quanto la formazione ricevuta all’università fosse poco pratica e non molto utile lavorativamente parlando. Per questo, volendo svilupparmi professionalmente nel mondo dell’international business, ho deciso di intraprendere il Master dell’ICE in Internazionalizzazione d’impresa e export management. Infatti fare business con i clienti cinesi e dover a negoziare condizioni di vendita, contrattuali, di trasporto ecc. richiede una serie di competenze che vanno oltre la conoscenza linguistica. 

Il master dell’ICE che ho frequentato è stato quindi fondamentale per il mio percorso successivo, poiché è un corso di professionalizzazione che mira a formare Export Manager, cioè persone capaci di capire e gestire i diversi aspetti dell’esportazione e del contatto con il cliente estero, con competenze di economia internazionale, marketing internazionale, contruattalistica internazionale, logistica, procedure doganali, pagamenti internazionali e tutela del marchio ecc. Tuttavia non era un master incentrato sulla Cina e non erano previste lezioni sul mercato cinese e di lingua cinese. Quindi ho dovuto acquisire personalmente il linguaggio del settore e il gergo tecnico in cinese e alcune competenze più specificatamente relative al mercato cinese che ho poi approfondito sul campo nel corso della mia esperienza lavorativa. Sicuramente in questo settore e soprattutto negli ultimi anni, oltre a una buona conoscenza della lingua cinese, è necessaria una formazione specialistica e professionalizzante, che tenga conto anche delle peculiarità del mercato cinese.  

Lavorare in Cina è stata per te una scelta o una necessità? 

Quando mi è stata offerta la possibilità di venire a lavorare per quest’azienda ad Hangzhou, lavoravo già nell’Ufficio Commerciale e Marketing di un’azienda di Milano, e quindi per me lavorare in Cina è stata una scelta e non una necessità dettata dalla difficoltà di trovare lavoro in Italia. Infatti anche in Italia, nel settore dell’import ed export e nel F&B, se si è dotati di una professionalità, esistono opportunità di lavoro. Seppure è vero che il costo del lavoro è certamente differente tra Italia e Cina, anche le aziende italiane sono disposte ad investire quando una risorsa è formata e apporta valore all’azienda. Quindi vi sono possibilità lavorative anche per chi, a mia differenza, non voglia lavorare in Cina ma in Italia, l’importante è conoscere questo settore ed essere dei professionisti.   

Quali sono le possibilità di carriera in questo settore per chi ha studiato cinese?

In base a quanto ho avuto modo di osservare, esistono diverse possibilità sia in Italia che in Cina. In Italia sempre più aziende iniziano ad esportare verso la Cina e a sviluppare il proprio business verso il mercato cinese. Quindi nelle aziende italiane di F&B, a seconda della propria formazione e livello di esperienza, esistono diverse posizioni relative l’export verso la Cina: dall’assistente export/back office che si occupa della gestione degli ordini dei clienti cinesi e della preparazione della documentazione necessaria per le procedure di export e import (e conoscendo il cinese anche di traduzioni in cinese del sito, brochure, schede prodotto ecc. ), a quella del commerciale estero (Cina o più in generale Asia) che dall’Italia segue i clienti esteri con frequenti trasferte, a quella dell’Area Manager, soprattutto nelle aziende più strutturate, che opera sul mercato di riferimento. In Cina invece si può lavorare: come responsabile acquisti e import dall’Italia di aziende sia italiane, che cinesi, che internazionali; nel marketing per promuovere sul mercato cinese i prodotti enogastronomici Made in Italy e la cultura culinaria italiana della quale abbiamo una conoscenza che defirei “viscerale”; nel business development, sviluppando le vendite ai clienti cinesi; come coordinatori di uffici cinesi o le JV di aziende italiane, come nel mio caso; fino ad arrivare, dopo un po’ di esperienza, a lavorarci come General Manager o Direttore.  

Qual è il tuo consiglio per chi ha terminato la laurea triennale e vorrebbe lavorare in questo settore? Proseguire con una magistrale o fare un master?

Nel mio caso ho scelto di proseguire con la magistrale durante la quale ho approfondito la conoscenza del cinese studiando più di un anno in Cina e poi ho seguito un master professionalizzante. Per lavorare in questo settore, infatti, sono necessarie sia una buona base linguistica che competenze tecniche. Se però si vuole iniziare l’inserimento lavorativo in tempi più brevi, consiglierei di frequentare direttamente un corso di professionalizzazione dopo la triennale, continuando a coltivare le competenze linguistiche per proprio conto, o almeno di scegliere una laurea magistrale più improntata al business con la Cina e cercare di fare delle prime esperienze lavorative o di tirocinio già durante la magistrale.  

Quali sono i prodotti F&B da voi più importati? 

Uno dei prodotti con la maggiore quantità importata è la pasta, per il quale possiamo godere del Country-of-Origin effect, quindi il Made in Italy viene percepito come un vantaggio in termini di qualità dal consumatore rispetto a prodotti concorrenti di altri paesi.  

Un altro prodotto, ma più di nicchia, è il vino, che negli ultimi anni sta guadagnando quote di mercato anche se al momento l’Italia resta solo il quarto esportatore di vino verso la Cina. L’auspicio è che nei prossimi anni, anche grazie alle campagne di marketing e promozione in atto come il programma “I Love ITAlian Wines” dell’ICE, la quota del vino italiano in Cina possa raggiungere quella della Francia, che al momento è il primo esportatore di vino verso la Cina. Infatti, i vini francesi sono stati introdotti e promossi in Cina più di 30 anni fa, molto prima di quelli italiani e quindi godono di un maggiore riconoscimento rispetto ai vini italiani. Quindi, bisogna riuscire a spiegare al consumatore cinese che il vino italiano non è secondo per qualità a quello francese e che l’Italia, così come la Francia, ha una lunga storia e tradizione nella produzione di vino e che ogni anno si contende con la Francia il primato mondiale per produzione di vino.   

Quali sono i canali emergenti per la distribuzione di F&B in Cina? 

Come per la maggior parte dei prodotti, anche per la distribuzione dei prodotti alimentari le piattaforme di vendita online stanno assumendo un ruolo sempre più importante. Oltre alle piattaforme più note, come Taobao, Tmall e JD, ci sono anche piattaforme meno note come 拼多多PDD –Pingduoduo e gli e-shop di Wechat, e piattaforme di e-commerce transfrontaliero come Kaola 考拉海狗 e T-Mall Global国际天猫. Le vendite online in Cina continuano a crescere (+3.9% nel 2020 rispetto al 2019) con l’emergere, soprattutto in seguito all’epidemia covid, del fenomeno  dei live streaming 直播da parte di KOL e KOC (Key Opinion Leader e Key Opinion Consumer). Queste figure, specializzate in una categoria merceologica, godono della fiducia del consumatore e durante il live streaming presentano, provano e giudicano il prodotto, promuovendone la vendita online.     

 

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Vendere ghiaccio agli eschimesi o Vendere pasta ai cinesi? 

Sicuramente vi è capitato di usare o ascoltare l’espressione “vendere il ghiaccio agli eschimesi” per sottolineare la bravura di un venditore nel riuscire a concludere con efficacia anche le vendite più difficili ed improbabili. 

Dopo anni di esperienza nel mondo del F&B in Cina, mi sento di dire che riuscire a “vendere la pasta ai cinesi” è un’impresa altrettanto lodabile. 

Noi italiani cresciamo mangiando pasta e ci siamo abituati all’idea che la pasta sia uno dei simboli del Made in Italy nel mondo. Per noi, quando si dice Pasta si dice Italia, e non abbiamo tutti i torti se pensiamo che in molte lingue i termini utilizzati per tradurre la parola “pasta” sono presi in prestito dalla nostra lingua (dall’inglese “pasta” al “paasta” in Hindi, dal russo “makarony” al “spageti” indonesiano), e se pensiamo al cinese 意大利面 Yìdàlì miàn abbiamo proprio ragione a pensare che “quando si dice pasta si dice Italia”, letteralmente! 

Cosa c’è quindi di difficile nel vendere la nostra pasta italiana ai consumatori cinesi? 

Se avete vissuto in Cina, vi sarete trovati probabilmente anche voi a discutere con qualche cinese sulla paternità della pasta. Vivendo ad Hangzhou, che come ben saprete è stata visitata ed elogiata da un nostro famoso compatriota, non poche volte mi è capitato di sentirmi dire “Ah sei italiana, come Marco Polo, che dalla Cina portò la pasta in Italia”

In realtà, prima che Marco Polo partisse per la sua spedizione in Cina nel 1292, gli italiani avevano già scoperto i piaceri culinari della pasta. La prima testimonianza scritta risale al 1154, quando il geografo arabo Idrisi descrisse la pasta che incontrò in Sicilia. Infatti sembrerebbe che la pasta fu introdotta proprio in Sicilia dagli arabi nel VII secolo. Ma questo in Cina conta poco, dove la versione più comunemente accettata è che la pasta sia stata inventata in Cina e da qui portata in Occidente da Marco Polo. E noi ora cerchiamo di “rivenderla ai cinesi”. 

Da un punto di vista cinese, dunque, pasta è pur sempre 面miàn e pertanto paragonabile alla 挂面guàmiàn, la pasta secca cinese solitamente in forma di noodles. Se utilizziamo questa prospettiva per confrontare alcuni dati possiamo meglio capire perché “vendere la pasta ai cinesi” è un’impresa non da poco

Noi Italiani siamo i primi consumatori di pasta al mondo con 23.1 kg di pasta consumati a testa all’anno (Dati 2019 da IPO – International Pasta Organisation), ma, dopo la Tunisia (17kg), seguono i cinesi con un consumo pro-capite di 挂面 guàmiàn pasta secca di 13.7kg (Dati 2018 dal 2020-2026年中国挂面行业产业运营现状及发展战略研究报告). Inoltre, la Cina è il primo produttore di “pasta” al mondo con oltre 8 milioni di tonnellate di miàn prodotti all’anno (Dati 2018 dal 2020-2026年中国挂面行业产业运营现状及发展战略研究报告) contro i 3.5 milioni di tonnellate prodotte in Italia (Dati 2019 da IPO – International Pasta Organisation). E se l’Italia resta il primo esportatore di pasta al mondo con un valore di 3 miliardi di dollari (il 29.9% del totale di export di pasta al mondo) la Cina è al secondo posto con 929.9 milioni di dollari (il 9.2% dell’export globale di pasta) (2019 – Dati: Worldstopexport). 

Nonostante ciò, sempre più consumatori cinesi mostrano apprezzare la pasta italiana, come dimostra la crescita media di export di pasta dall’Italia verso la Cina del 10% negli ultimi anni (elaborazioni dati Comtrade, 2015-2019) e le decine di 万wàn di likes ai numerosi video su Douyin su come preparare un buon piatto di pasta all’italiana. Indubbiamente, anche per il mercato cinese, gioca a nostro favore il country-of-origin, COO (l’influenza del paese di origine di un prodotto sulla percezione della qualità e del valore di un prodotto o di un brand da parte del consumatore) legato alla pasta, ma bisogna saperlo comunicare e promuovere. L’esistenza del COO, quindi, non deve portare al preconcetto che il Made in Italy e la qualità da esso rappresentata siano riconosiuti a priori, e che quindi non è necessario alcuno sforzo da parte nostra per dimostrare l’effettiva esistenza dei vantaggi del Made in Italy rispetto a prodotti concorrenti. 

Il cibo italiano è parte della nostra cultura e la sua qualità e bontà sono per noi indiscusse, ma se si vuole esportare i prodotti F&B italiani in Cina bisogna partire dalla consapevolezza che anche la Cina ha una forte cultura e tradizione culinaria, e ciò che per noi è un dato di fatto non lo è per i consumatori cinesi. Dunque, per introdurre con successo i prodotti alimentari ed enogastronomici rappresentativi del Made in Italy non si può fare a meno di un’adeguata strategia di comunicazione, promozione e posizionamento.

E credetemi, l’impegno che richiede non è minore a quello necessario per “vendere il ghiaccio agli echimesi”!

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