Vincenza Caputo

Vincenza Caputo

Intraprendente, precisa e affidabile, competenze transculturali e un'ottima conoscenza della lingua, della cultura e dell'economia cinese. Profondamente appassionata di Cina (e della cultura culinaria italiana), mi pongo l'obiettivo grazie al mio lavoro di fare da ponte tra Cina e Italia. 

Infatti, dopo le prime esperienze lavorative in Italia e negli USA, nel 2018 sono ritornata in Cina per lavoro, specializzandomi in commercio estero, marketing internazionale e import di prodotti F&B italiani nel mercato cinese. 

Vendere ghiaccio agli eschimesi o Vendere pasta ai cinesi? 

Sicuramente vi è capitato di usare o ascoltare l’espressione “vendere il ghiaccio agli eschimesi” per sottolineare la bravura di un venditore nel riuscire a concludere con efficacia anche le vendite più difficili ed improbabili. 

Dopo anni di esperienza nel mondo del F&B in Cina, mi sento di dire che riuscire a “vendere la pasta ai cinesi” è un’impresa altrettanto lodabile. 

Noi italiani cresciamo mangiando pasta e ci siamo abituati all’idea che la pasta sia uno dei simboli del Made in Italy nel mondo. Per noi, quando si dice Pasta si dice Italia, e non abbiamo tutti i torti se pensiamo che in molte lingue i termini utilizzati per tradurre la parola “pasta” sono presi in prestito dalla nostra lingua (dall’inglese “pasta” al “paasta” in Hindi, dal russo “makarony” al “spageti” indonesiano), e se pensiamo al cinese 意大利面 Yìdàlì miàn abbiamo proprio ragione a pensare che “quando si dice pasta si dice Italia”, letteralmente! 

Cosa c’è quindi di difficile nel vendere la nostra pasta italiana ai consumatori cinesi? 

Se avete vissuto in Cina, vi sarete trovati probabilmente anche voi a discutere con qualche cinese sulla paternità della pasta. Vivendo ad Hangzhou, che come ben saprete è stata visitata ed elogiata da un nostro famoso compatriota, non poche volte mi è capitato di sentirmi dire “Ah sei italiana, come Marco Polo, che dalla Cina portò la pasta in Italia”

In realtà, prima che Marco Polo partisse per la sua spedizione in Cina nel 1292, gli italiani avevano già scoperto i piaceri culinari della pasta. La prima testimonianza scritta risale al 1154, quando il geografo arabo Idrisi descrisse la pasta che incontrò in Sicilia. Infatti sembrerebbe che la pasta fu introdotta proprio in Sicilia dagli arabi nel VII secolo. Ma questo in Cina conta poco, dove la versione più comunemente accettata è che la pasta sia stata inventata in Cina e da qui portata in Occidente da Marco Polo. E noi ora cerchiamo di “rivenderla ai cinesi”. 

Da un punto di vista cinese, dunque, pasta è pur sempre 面miàn e pertanto paragonabile alla 挂面guàmiàn, la pasta secca cinese solitamente in forma di noodles. Se utilizziamo questa prospettiva per confrontare alcuni dati possiamo meglio capire perché “vendere la pasta ai cinesi” è un’impresa non da poco

Noi Italiani siamo i primi consumatori di pasta al mondo con 23.1 kg di pasta consumati a testa all’anno (Dati 2019 da IPO – International Pasta Organisation), ma, dopo la Tunisia (17kg), seguono i cinesi con un consumo pro-capite di 挂面 guàmiàn pasta secca di 13.7kg (Dati 2018 dal 2020-2026年中国挂面行业产业运营现状及发展战略研究报告). Inoltre, la Cina è il primo produttore di “pasta” al mondo con oltre 8 milioni di tonnellate di miàn prodotti all’anno (Dati 2018 dal 2020-2026年中国挂面行业产业运营现状及发展战略研究报告) contro i 3.5 milioni di tonnellate prodotte in Italia (Dati 2019 da IPO – International Pasta Organisation). E se l’Italia resta il primo esportatore di pasta al mondo con un valore di 3 miliardi di dollari (il 29.9% del totale di export di pasta al mondo) la Cina è al secondo posto con 929.9 milioni di dollari (il 9.2% dell’export globale di pasta) (2019 – Dati: Worldstopexport). 

Nonostante ciò, sempre più consumatori cinesi mostrano apprezzare la pasta italiana, come dimostra la crescita media di export di pasta dall’Italia verso la Cina del 10% negli ultimi anni (elaborazioni dati Comtrade, 2015-2019) e le decine di 万wàn di likes ai numerosi video su Douyin su come preparare un buon piatto di pasta all’italiana. Indubbiamente, anche per il mercato cinese, gioca a nostro favore il country-of-origin, COO (l’influenza del paese di origine di un prodotto sulla percezione della qualità e del valore di un prodotto o di un brand da parte del consumatore) legato alla pasta, ma bisogna saperlo comunicare e promuovere. L’esistenza del COO, quindi, non deve portare al preconcetto che il Made in Italy e la qualità da esso rappresentata siano riconosiuti a priori, e che quindi non è necessario alcuno sforzo da parte nostra per dimostrare l’effettiva esistenza dei vantaggi del Made in Italy rispetto a prodotti concorrenti. 

Il cibo italiano è parte della nostra cultura e la sua qualità e bontà sono per noi indiscusse, ma se si vuole esportare i prodotti F&B italiani in Cina bisogna partire dalla consapevolezza che anche la Cina ha una forte cultura e tradizione culinaria, e ciò che per noi è un dato di fatto non lo è per i consumatori cinesi. Dunque, per introdurre con successo i prodotti alimentari ed enogastronomici rappresentativi del Made in Italy non si può fare a meno di un’adeguata strategia di comunicazione, promozione e posizionamento.

E credetemi, l’impegno che richiede non è minore a quello necessario per “vendere il ghiaccio agli echimesi”!

Non perdere le prossime novità sul mondo del F&B con la Cina: presto lanceremo una serie di workshop dedicati al settore!

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